lunedì 12 ottobre 2015

Il vero dimagrimento!


La parte più difficile del mio mestiere è far comprendere alle persone che il "numero" sulla bilancia è solo una piccola parte del tutto e che si può "dimagrire" anche se quel numero non scende!!! 

Chissà che questa immagine non sia più esplicativa di molte mie parole!!!

domenica 11 ottobre 2015

Nutrizione over 60

I cambiamenti fisiologici associati al processo dell'invecchiamento possono influenzare i fabbisogni nutritivi e anche l'intake dei nutrienti, ma bisogna abbandonare l'idea che oltre i 60 anni l'intervento nutrizionale debba essere rivolto essenzialmente ai pazienti fragili, malati e malnutriti.

La pratica professionale quotidiana ci insegna che molta della popolazione over 60 è infatti in buona salute e conduce una vita attiva caratterizzata da circostanze ambientali e sociali che possono influire notevolmente sul modo di alimentarsi.
L'alimentazione ha importanti ricadute sul processo dell'invecchiamento e sul benessere dell'anziano, promuove la sua salute, riduce il rischio di malattie croniche e qualora già ci siano ne riduce la progressione e i sintomi. 

Chi lavora con gli anziani deve essere proattivo nel dimostrare l'importanza che ha una corretta alimentazione, cosa saper scegliere quando si accede alla ristorazione collettiva o quando si acquista quanto ci mette a disposizione l'industria alimentare.
L'apporto energetico risulta talora eccedente le reali necessità fisiologiche correlate ad un ridotto dispendio energetico. La disidratazione si pone come una vera e propria forma di malnutrizione soprattutto in quei soggetti che cercano di ridurre la minzione per problemi di incontinenza. Un ridotto apporto proteico può esporre al rischio di sarcopenia e aumentare la fragilità.

Le principali indicazioni nazionali e internazionali non si discostano dal fabbisogno proteico per la popolazione adulta più giovane (0.8-0.9 gr/kg die) ma secondo alcuni esperti fabbisogni superiori a 1 gr fino anche a 1.5 gr per gk/die, potrebbero contrastare il catabolismo proteico. Adeguati apporti di Calcio e vitamina D sono necessari per contrastare l'impoverimento della massa ossea associati a una adeguata e costante attività fisica. Forme di gastrite atrofica e diete inadeguate sono causa spesso di carenza di vit. B12 e acido folico. Inoltre, un maggior consumo di verdure e frutta cotte o conservate, a discapito di quelle fresche, si traduce in un minor apporto di antiossidanti che può favorire la degenerazione maculare senile e contrastare la riduzione delle funzioni cognitive legato allo stress ossidativo a carico del tessuto nervoso. Chiudono il quadro un eccesso di sodio, zucchero e grassi saturi, talora aumentati anche per una riduzione della percezione del gusto.


È quindi auspicabile che i professionisti della nutrizione indirizzino i singoli cittadini e/o gruppi di popolazione verso scelte mirate e che le istituzioni favoriscano percorsi assistenziali e campagne educative finalizzate a questo target di popolazione, in un paese come il nostro dove 1/5 della popolazione ha oltre 65 anni e dove tale percentuale salirà nel 2025 a 1 abitante su 4.


Per approfondimenti:
1) Position of the Academy of Nutrition and Dietetics: Food and Nutrition for Older Adults: Promoting Health and Wellness - JAND, August 2012 Volume 112 Number 8
2) LARN - IV revisione 2014, SINU




Fonte: www.nutrizione33.it

giovedì 8 ottobre 2015

L’importanza delle visite di controllo durante la dieta

La maggior parte delle persone che si rivolgono ad uno specialista dell’alimentazione per dimagrire, non si presenta regolarmente alle visite di controllo. 

E’ abitudine frequente il dileguarsi una volta avuto il foglietto con “l’ambita” dieta, come se questo possa essere di per sé sufficiente a risolvere il problema del sovrappeso.
Un programma alimentare redatto con serietà deve essere a lungo termine, potrebbe cioè durare molti mesi, addirittura anni. Il motivo di ciò è dovuto al fatto che la prescrizione di una dieta non modifica il comportamento, quindi non ha senso puntare solamente su questa, perché sarebbe un sicuro fallimento. La prescrizione dietetica non motiva il paziente, è meglio stimolare la correzione del suo stile di vita, avviando con lui un rapporto empatico, un dialogo e una comunicazione condivisi allo scopo di raggiungere un benessere psicofisico, controllando lo stress in eccesso, bandendo sedentarietà e scorrette abitudini alimentari. É opportuno attivare una strategia che porti ad un cambiamento fortemente motivato, non esclusivamente dipendente dall’idea di raggiungere un aspetto esteriore migliore.

Il fallimento di una dieta è spesso legato al fatto che non viene seguita come trattamento a lungo termine, ma si tende a cambiare di continuo lo specialista, senza comprendere se l’errore è stato scatenato dalla poca costanza o scarsa motivazione.

 
Chi interrompe il piano educativo alimentare durante il primo anno fallisce sempre l’obiettivo, in pochi aderiscono al piano a lungo termine e raramente tornano dallo stesso specialista per avere un rapporto continuativo.

Se qualcuno riesce a mantenere la giusta percentuale di grasso dopo anni dall’inizio di un piano alimentare educativo, significa che ci possono riuscire anche gli altri, ma è indispensabile essere seguiti da un nutrizionista esperto. L’elemento forza della riuscita è la comprensione che il sovrappeso nuoce alla salute e che per contrastarlo efficacemente sono necessari e fondamentali la modifica delle abitudini alimentari, l’attività fisica regolare e il supporto dello specialista, il tutto con continuità e costanza, pena il fallimento dell’impresa.

Un soggetto che vuole dimagrire o comunque modificare la propria alimentazione per motivi di salute, riesce a farlo solo se è convinto e motivato di modificare le proprie abitudini
Occorre misurare o verificare sempre l’adesione alla dieta facendo regolari controlli periodici. Se l’adesione sarà parziale, scontato sarà il fallimento, perché l’efficacia della terapia nutrizionale è fortemente legata alla costante comunicazione fra specialista dell’alimentazione e paziente.

Fonte: Informasalus

martedì 6 ottobre 2015

Difendiamo la Dieta Mediterranea!

 
Una maggiore risposta infiammatoria potrebbe essere la chiave del collegamento tra l’assunzione di grassi saturi, un fattore di rischio già noto per i disturbi correlati all’obesità, e lo sviluppo di malattie come il diabete di tipo 2 e l’aterosclerosi (accumulo di grassi nelle pareti interne arteriose con la possibilità di ostruzione e complicanze cardiovascolari).
 
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Nutritional Biochemistry dimostra che l’ingestione di grassi simili a quelli presenti nella dieta di tipo Mediterraneo, caratterizzata da scarso contenuto di grassi saturi e ricca di grassi monoinsaturi (acido oleico dell’olio di oliva), sembra diminuire la risposta infiammatoria, sia rispetto a una dieta ricca di grassi saturi, sia in relazione a una dieta povera di grassi.
 
“E’ già stato riconosciuto che nell’obesità, caratterizzata da accumulo eccessivo di grassi diffuso nel corpo e da una dieta poco salutare, possa aumentare il rischio di malattie  metaboliche croniche come l’aterosclerosi, il diabete di tipo 2, e la malattia di Alzheimer, ma non è così per tutti”, dice l’autore leader dello studio C. Lawrence Kien, professore presso la University of Vermont (UVM).
 
“L’infiammazione, che prevede il rilascio da parte delle cellule del sistema immunitario, di sostanze chimiche chiamate citochine, è una reazione di difesa del sistema immunitario, contro le infezioni”. “Tuttavia," dice Kien, “alcuni fattori ambientali (interni all’organismo) e anche dietetici (esterni), possono “mascherarsi” da stimoli infiammatori, causando effetti collaterali che si verificano anche durante le infezioni, e questo può portare a diverse conseguenze per la salute nel lungo termine”.
Secondo Kein e collaboratori, le malattie metaboliche potrebbero avere una componente infiammatoria, e basandosi anche sugli studi che mostrano che i grassi saturi possono dare generalmente effetti metabolici attraverso meccanismi indiretti, il team diretto da Kein ha avuto un’intuizione: “l’effetto pro-infiammatorio dei grassi saturi potrebbe promuovere l’infiammazione tramite un impatto indiretto il che facilita il rischio d’insorgenza dei disordini metabolici che si rilevano anche come complicazioni dell’obesità”.
 
“Diversi scienziati hanno cercato di capire gli effetti dei grassi alimentari sull’infiammazione studiando cellule isolate e “sistemi modello” negli animali”, dice Kien. Per esempio uno studio del 2011 ha riportato che l’acido palmitico, il grassi saturo prevalente nella dieta, ha aumentato la produzione della citochina infiammatoria, nota col nome “interleuchina-1 beta (IL-1beta)” tramite un processo che coinvolge l’attivazione di una risposta del sistema immunitario innato chiamato inflammasoma NLRP3”. “Tuttavia, aggiunge Kien, “resta da stabilire se questi risultati sono rilevanti anche per le diete umane”.
Ebbene, in quest’ultimo studio, Kien e colleghi, tra cui l’immunologo Matthew Poynter, dimostrano, per la prima volta, che variando la quota di acido palmitico, che generalmente  si trova nelle diete umane più comuni,  può variare anche la produzione di IL-1beta. (...)
“In ultima analisi, vorremmo capire come questi grassi alimentari si comportano, sia poco dopo l’ingestione, sia dopo l’accumulo nel tessuto adiposo che consegue a molti mesi di ingestione, contribuendo così all’infiammazione e al rischio di disordini metabolici, “afferma Kien. “In altre parole, la dieta abituale e, soprattutto, il tipo di grasso ingerito può determinare, in parte, i rischi associati con l’obesità. “Tuttavia, aggiunge Kien,
 
è importante riconoscere anche se altri fattori, ad esempio l’attività fisica, e altre caratteristiche delle diete abituali, insieme a un elevato apporto di grassi saturi, possano determinare altri effetti  sulla salute.”
 
 
 
 

giovedì 2 gennaio 2014

Il microbiota difende dai patogeni intestinali: la scienza studia i meccanismi.

Sono tanti gli elementi che contribuiscono a spiegare come il microbiota possa difendere l’organismo dai batteri patogeni, alcuni dei quali difficili da vincere anche con gli antibiotici.

Su quest’aspetto si concentra un lavoro di Charlie G. Buffie ed Eric G. Pamer, pubblicato su Nature Reviews Immunology, che va a ricercare i punti ancora oscuri di questo fondamentale meccanismo di protezione per l’organismo.


Oggi si sa che il microbiota, ovvero l’insieme di batteri che normalmente vivono nel tubo digerente stabilendosi sulla mucosa e sulla parete intestinale, entra in gioco sia in importanti reazioni metaboliche (basti pensare ad esempio ai recenti studi che ne provano il ruolo nella genesi del diabete e dell’obesità), sia nelle reazioni immunitarie. “Recenti studi – scrivono gli autori della pubblicazione – dimostrano che il microbiota può essere anche “trattato” per la prevenzione delle infezioni, e addirittura diventare uno strumento terapeutico per infezioni da batteri fortemente resistenti agli antibiotici, come l’Enterococcus Faecium resistente alla Vancomicina (un antibiotico d’impiego
molto limitato proprio per la sua capacità di trattare ceppi particolarmente complessi), così come particolari famiglie di enterobacteriaceae e il Clostridium difficile”.


Nel loro studio, gli scienziati affrontano le principali tematiche relative a questo argomento e, in particolare, come aumentare le difese nei confronti di questi germi e quanto la composizione del microbiota possa influenzarle. Oltre che rivalutare il ruolo che una flora batterica intestinale particolare, potrebbe avere nel favorire il trattamento terapeutico di queste infezioni complesse.
“I due lavori recensiti sulle proprietà del microbiota - dice il Prof. Lorenzo Morelli direttore dell’Istituto di Microbiologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza - sono un bell’esempio di yin e yang del microbiota, e dell’importanza di una sua composizione equilibrata.
Il mondo scientifico da anni s’interroga su quale sia la “composizione ideale” del microbiota, cioè il rapporto fra i vari gruppi microbici che lo compongono (alcune centinaia), ma non hanno fino ad ora trovato una risposta. Quello che però è provato da numerosi lavori scientifici è che in situazioni patologiche o di rischio per la salute sono sempre presenti delle evidenti “sproporzioni” fra i gruppi
batterici o fra i geni batterici presenti, il cosiddetto microbioma. 


Si ripropone quindi un vecchio ma sempre valido tema di ricerca per i clinici e i microbiologi degli alimenti: che ruolo possono avere gli alimenti contenenti batteri vivi e vitali nel ridurre il rischio causato da queste “sproporzioni” degli equilibri batterici intestinali? 
Un tema di ricerca aperto da Elia Metchnikoff più di 100 anni fa e poi continuato sotto traccia per decenni e quindi esploso negli ultimi tre decenni ma ancora lontano dall’essere concluso”.
Fonte: Nature Reviews Immunology, ottobre 2013



Il microbiota ai raggi X

Il microbiota è davvero una chiave per difendere al meglio
il benessere dell’essere umano, e anche per questo la sua  
composizione non rimane la stessa per tutta la vita. 


Normalmente, infatti, il rapporto tra batteri anaerobi e 
aerobi è di 1.000 a 1 a favore dei primi, ma nel corso d
ell’esistenza si modifica.  Ad esempio, è  per questo che
nel neonato allattato al seno il microbiota è formato quasi
esclusivamente da bifidobatteri mentre nell’anziano, forse in diretto apporto con
l’invecchiamento, il numero di bifidobatteri cala progressivamente, lasciando spazio ad 

altri ceppi come i lattobacilli, gli enterobatteri, gli streptococchi e i clostridi.
Studiando le feci, che riproducono fedelmente la composizione dell’ultima parte 
dell’intestino si possono, comunque, individuare tre principali gruppi di batteri tipici del 
microbiota sano: 

1. La prima “colonia” è quella dei batteri produttori di acido lattico (bifidobatteri, 
lattobacilli e cocchi);

2. La seconda è formata dagli anaerobi (eubatteri, peptococcaceae, bacteroidaceae e 
altri);

3. La terza è fatta fondamentalmente dai cosiddetti aerobi (enterobatteri, bacilli vari, 
stafilococchi, corinebatteri e funghi). 


Valutando la flora intestinale totale, infine, i germi maggiormente rappresentati sono i 
bifidobatteri, i bacteroides, gli eubatteri, i lattobacilli, gli enterobatteri, gli streptococchi e 
i clostridi.




Comitato Scientifico
Fondazione Istituto Danone

lunedì 18 novembre 2013

Il 40% popolazione mondiale ha una o più allergie


Numeri impressionanti quelli diffusi dall'Oms. Stiamo parlando di asma, rinite, anafilassi e poi allergie alimentari, ai farmaci, al veleno di insetti e così via. L'allarme lanciato nel corso del Congresso Internazionale “Highlights in Allergy and Respiratory Diseases” a Genova, dove è emerso anche un altro problema tutto italiano. Quello dei rimborsi per le terapie.

E' finito ieri, dopo aver raccolto contributi da parte di 500 specialisti da tutto il mondo il Congresso Internazionale “Highlights in Allergy and Respiratory Diseases”, appuntamento dedicato alle malattie allergiche e respiratorie che si è svolto a Genova. L’obiettivo dell'iniziativa era quello di discutere ed analizzare le nuove conoscenze scientifiche e competenze cliniche alla luce dei progressi della ricerca scientifica, con una profonda attenzione alle linee guida internazionali e agli studi provenienti dall’Europa e dall’America. O in altre parole “quello di poter scambiare le opinioni a livello internazionale e, per quanto riguarda la comunità italiana, di interagire e prendere spunto dalle esperienze provenienti da diversi continenti: dal Giappone all’India, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Scozia e dall’America Latina”, come ha commentato Giorgio Walter Canonica,scienziato della Clinica di Malattie Respiratorie e Allergologia nell'Università di Genova che ha organizzato l'evento.

La prevalenza delle malattie allergiche in tutto il mondo è drammaticamente in aumento, sia nei paesi occidentali che nei paesi in via di sviluppo. Queste malattie comprendono l’asma, la rinite, l’anafilassi, l’allergia a farmaci, l’allergia alimentare, l’allergia al veleno di insetti, l’eczema, l’orticaria e l’angioedema. Questo aumento della prevalenza è particolarmente problematico nell’età pediatrica, fascia d’età che influenza in modo maggiore questa nascente tendenza che si è verificata negli ultimi due decenni.
Secondo le statistiche dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), centinaia di milioni di soggetti nel mondo soffrono di rinite allergica e si stima che 300 milioni di questi sono affetti anche da asma, con una notevole influenza sulla qualità della vita di questi individui e delle loro famiglie, e con un impatto negativo sul benessere socio-economico della società. E si stima inoltre che 250mila decessi all’anno per asma nel mondo siano evitabili. 
Si è verificato un 
costante aumento nella prevalenza delle malattie allergiche a livello globale
e circa il 40% della popolazione mondiale 
è ormai colpita da una o più patologie allergiche.

Una quota elevata di questo aumento si sta verificando nei soggetti giovani; cosicché si prevede che, quando questa popolazione giovane raggiungerà l’età adulta, la prevalenza delle malattie allergiche sarà ancora maggiore.
Sono in aumento anche i casi più complessi di allergia che implicano la polisensibilizzazione e che coinvolgono molteplici organi, con una alta morbidità e un aumento della domanda dei servizi di assistenza sanitaria. Si prevede che i problemi allergici aumenteranno ulteriormente dato l'inquinamento atmosferico e l'aumento del riscaldamento globale. Questi cambiamenti ambientali influenzeranno la conta pollinica, la presenza o l'assenza di insetti pungenti e di muffe legate alle malattie allergiche. (...) 

Sono stati inoltre presentati dei nuovi documenti internazionali: uno riguarda la nuova diagnostica allergologica molecolare, ossia come si arriva alla pratica clinica; un altro, invece, sulla immunoterapia sublinguale, con importanti integrazioni tra ricerca italiana e quella mondiale. Mentre migliora la qualità dell’immunologia in Italia, al pari passo con il resto del mondo, si registra un fenomeno di notevole importanza, ossia la difficoltà di rimborso, ad esempio l’Immunoterapia Specifica. Essendo questo di competenza territoriale, sono poche le regioni che indennizzano questa terapia. “Se in Lombardia, ad esempio, il rimborso è totale – spiega il Prof. Canonica - nella maggior parte delle regioni questo ancora non avviene. In Liguria il rimborso è parziale, proporzionale al reddito del paziente. A tal ragione lancio un appello alle singole regioni, affinché ognuna si muova per tutelare i propri cittadini: occorre non soltanto aiutare i pazienti nel sostenimento di tali spese, ma anche sensibilizzare per far conoscere queste malattie e le relative terapie, su cui c’è ancora scarsa informazione specifica. Difatti quando i sintomi esplodono, potrebbe essere troppo tardi per una cura efficace”.

Fonte: www.quotidianosanita.it





venerdì 8 novembre 2013

Sensibilità al glutine: non è celiachia né allergia al grano.

La “battaglia” contro il glutine non si gioca solo nel campo della celiachia. Oggi la sfida più interessante riguarda la sensibilità al glutine, un disturbo di cui sa ancora poco, ma correlato anche alla dieta. Per inquadrarlo, è necessario escludere che si tratti di allergia al grano o alla normale celiachia. «Il mondo scientifico non ha più dubbi sull’esistenza della sensibilità al glutine non dovuto a celiachia», dichiara Carlo Catassi, docente di Pediatria all’Università Politecnica delle Marche e coordinatore del Comitato Scientifico del Dr. Schär Institute, legato alla principale azienda produttrice di alimenti senza glutine.
Sul disturbo s’è fatto il punto in una recente pubblicazione apparsa su Nutrients, ma è tuttora impossibile compiere una diagnosi certa. Da qui il fenomeno che porta sempre più consumatori a escludere autonomamente i prodotti a base di glutine dalla dieta, con un danno per il portafoglio e per la salute. I prodotti senza glutine, infatti, costano anche più del doppio rispetto agli stessi ottenuti da farina di grano: per 200 grammi di merendine si spendono 3,8 euro, 150 grammi di cracker quattro euro, un chilo di lasagne sedici euro.

Per seguire le star, milioni di persone, senza alcuna necessità, si sono convertite al senza glutine. La moda gluten-free ha fatto il resto. L’attrice Gwyneth Paltrow e la presentatrice statunitense Oprah Winfrey, che celiache non sono, hanno sposato la causa degli alimenti privi di glutine. «E adesso ci sentiamo meglio». Il tennista Novak Djokovic ha azzardato una correlazione tra la sua nuova dieta e i successi sportivi: priva di alcun riscontro scientifico. Il risultato è che, per seguire questi modelli, milioni di persone, senza alcuna necessità, si sono convertite al senza glutine. 
Correndo così il rischio di un possibile ritardo di una diagnosi di celiachia.

«Questo tam-tam mediatico deve essere combattuto – sostiene Umberto Volta, docente di medicina interna all’Università di Bologna e coordinatore del board scientifico dell’Associazione Italiana Celiachia. – Lo stesso discorso vale per l’auto diagnosi: chi sospetta di essere sensibile al glutine non deve di sua iniziativa mettersi a dieta aglutinata, ma rivolgersi a un centro di riferimento per la celiachia. Qui, eventualmente, sarà esclusa questa l’intolleranza, assieme a una possibile allergia al grano, e si valuterà il sospetto di sensibilità al glutine».

 
Nella sensibilità al glutine la soglia di tolleranza al glutine può essere molto flessibile 
e va fissata individualmente

Ma se a essere coinvolte fossero anche altre sostanze presenti negli alimenti? Oggi si sa che il glutine non è il solo elemento scatenante la sensibilità al glutine. Nel mirino degli studiosi ci sono anche altre proteine del grano (inibitori dell’amilasi-tripsina) e soprattutto gli oligo-mono-disaccaridi fermentabili e i polioli, identificati dalla sigla FODMAPs, contenuti in diversi alimenti: nei derivati del grano e della segale, nel cous-cous, nel latte e ne suoi derivati, in alcuni tipi di frutta (mango, pera, cocomero, ciliegie, albicocche, datteri e fichi), nel miele, nel cioccolato, nelle verdure cotte a foglia larga (più di tutte cicoria e bietola), negli asparagi, nei broccoli, nel finocchio, nei legumi, nei peperoni e nei funghi. «Diverse ricerche hanno dimostrato come una dieta a basso contenuto in FODMAPs migliori il quadro della sensibilità al glutine - prosegue Volta -, ma a incidere in maniera importante sullo sviluppo dei sintomi sembrano essere anche i conservanti e gli additivi alimentari: sotto accusa ci sono il glutammato, il benzoato, i solfiti, i nitrati e vari coloranti».

Eliminare il glutine dalla dieta dopo la valutazione dello specialista non è dunque l’unico rimedio da adottare. E comunque nulla, in assenza di celiachia, è per sempre. «Nella sensibilità al glutine la soglia di tolleranza al glutine può essere molto flessibile e va fissata individualmente – spiega Luca Elli, responsabile del centro per prevenzione e diagnosi della celiachia al Policlinico di Milano – alcune persone potrebbero non essere costrette né ad adottare una dieta così stretta né a seguirla con costanza per tutta la vita».