Chi soffre di pressione alta, sa bene che con il sale è meglio non eccedere, ma la stessa regola dovrebbe valere per tutti, perché se consumato in quantità eccessive, può comportare problemi per la salute, favorendo l’insorgere di patologie come l’ipertensione, l’insufficienza cardiaca e l’insufficienza renale.
Per ridurre l’apporto di sale nella nostra dieta è sufficiente seguire qualche piccolo accorgimento. Ad esempio, è utile diminuire il consumo dei cosiddetti cibi da fast food, come le patatine, i cheeseburger, basti pensare che solo due fette di pizza contengono 1000 mg di sodio, vale a dire l’assunzione consigliata di un giorno.
Se vi capita di andare al ristorante, chiedete al cuoco di ridurre il sale nelle pietanze, spesso, infatti, anche e soprattutto nei ristoranti di lusso, se ne fa un grande abuso. Leggere con attenzione l’etichetta degli alimenti che riporta il contenuto di sodio, è un ulteriore accorgimento. Bisogna fare attenzione in particolare ai cibi salati tra cui acciughe, sottaceti, salsa di soia, zuppa in scatola, condimenti per insalate, hot dog, succo di pomodoro e ketchup.
Se soffrite di ipertensione, le spezie e le erbe sono un ottimo sostituto del sale ed eccezionale per esaltare il sapore delle pietanze. In genere, poi, i cibi surgelati sono da preferire a quelli in scatola che contengono più sale, in ogni caso quando si utilizzano verdure in scatola, è buona regola evitare di usare il liquido presente all’interno, che è solitamente un concentrato di sale.
Sughi e salse già pronte sono da mettere al bando poiché contengono grandi quantità di sodio. Anche il consumo degli snack salati come patatine fritte o crackers andrebbe evitato, o per lo meno, ridotto. Un altro stragemma utile, è quello di salare il cibo dopo la cottura poco prima di servire a tavola. Infine, allenate le papille gustative a godere di cibi meno salati riducendo gradualmente la quantità di sale presente negli alimenti.
Fonte: Medicinalive.it
Dr. Monica Razzi - Dietista - Nutrizionista - Contatti: 3667497456 educali.drrazzi@gmail.com
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lunedì 5 marzo 2012
sabato 2 luglio 2011
Tumori e malattie cardiovascolari: rischio ridotto grazie agli Omega 3
Omega 3, ovvero acidi grassi polinsaturi: li conosciamo già perché famosi per le loro caratteristiche protettive nei confronti del cuore: ne è ricco il pesce, che nella dieta mediterranea si consiglia di assumere almeno 3-4 volte la settimana. Non tutti sanno però che oltre a proteggere dalle malattie cardiovascolari, gli omega 3 sono importanti anche in caso di tumore.
Gli acidi grassi omega-3 sono convenzionalmente impiegati nei regimi terapeutici di primo approccio per le patologie cardiovascolari, con un ruolo ormai riconosciuto nel trattamento della ipertrigliceridemia; con questa indicazione sono anche distribuiti in Italia dal Servizio Sanitario Nazionale. Le loro prospettive d’impiego potrebbero però essere molto più ampie, e spaziare dal trattamento dello scompenso cardiaco a quello della sindrome anoressica-cachettica dei pazienti oncologici.
Da sottolineare infatti che gli omega-3 Epa e Dha non sono solo precursori di mediatori antinfiammatori, vasodilatatori e antiaggreganti (fattori protettivi per il rischio cardiovascolare), ma bloccano anche alcuni processi che favoriscono la moltiplicazione cellulare e la formazione di nuovi vasi, tipici dei tumori avanzati, facilitando altresì l’attivazione di meccanismi che promuovono l’adesione molecolare e la morte delle cellule cancerose. Un’arma in più, dunque, per la prevenzione primaria e secondaria dei tumori.
Ma quanti Omega 3 bisogna assumere? Soprattutto se parliamo di terapia dobbiamo far ricorso a farmaci ed integratori o basta mangiare tanto pesce?
"Le persone più a rischio di infarto, ictus e ischemie, o che soffrono già di qualche disturbo, tipo colesterolo alto o ipertensione, dovrebbero assumere quantità elevate di queste preziosi elementi. Per essere precisi almeno un grammo di Omega 3 al giorno se non di più in alcune situazioni. Chiaramente è un obiettivo difficile da raggiungere, ma si può supplementare il consumo di pesce con degli integratori alimentari a base di olio di pesce in capsule o con l’antico olio di fegato di merluzzo. In tal caso però non si deve fare da soli, prima di prendere dosi massicce di supplementi a base di EPA o DHA bisogna consultare un esperto, possibilmente in nutrizione, perché potrebbero avere effetti collaterali indesiderati.
Volendo rimanere legati al cibo, cosa prediligere? “In 100 grammi di alici troviamo ad esempio 790 mg di Omega 3, 650 nella trota, ma addirittura 4080 mg in solo un etto di sardine! Altissimi contenuti di Omega 3 anche nel tonno (2950 mg/100gr) o nel salmone (2841 mg/100 gr). Tanto per rendere l’idea, ma bene anche lo sgombro, l’aringa ed il pesce spada.
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