sabato 2 luglio 2011

Tumori e malattie cardiovascolari: rischio ridotto grazie agli Omega 3

Omega 3, ovvero acidi grassi polinsaturi: li conosciamo già perché famosi per le loro caratteristiche protettive nei confronti del cuore: ne è ricco il pesce, che nella dieta mediterranea si consiglia di assumere almeno 3-4 volte la settimana. Non tutti sanno però che oltre a proteggere dalle malattie cardiovascolari, gli omega 3 sono importanti anche in caso di tumore

Gli acidi grassi omega-3 sono convenzionalmente impiegati nei regimi terapeutici di primo approccio per le patologie cardiovascolari, con un ruolo ormai riconosciuto nel trattamento della ipertrigliceridemia; con questa indicazione sono anche distribuiti in Italia dal Servizio Sanitario Nazionale. Le loro prospettive d’impiego potrebbero però essere molto più ampie, e spaziare dal trattamento dello scompenso cardiaco a quello della sindrome anoressica-cachettica dei pazienti oncologici.

Da sottolineare infatti che gli omega-3 Epa e Dha non sono solo precursori di mediatori antinfiammatori, vasodilatatori e antiaggreganti (fattori protettivi per il rischio cardiovascolare), ma bloccano anche alcuni processi che favoriscono la moltiplicazione cellulare e la formazione di nuovi vasi, tipici dei tumori avanzati, facilitando altresì l’attivazione di meccanismi che promuovono l’adesione molecolare e la morte delle cellule cancerose. Un’arma in più, dunque, per la prevenzione primaria e secondaria dei tumori.

Ma quanti Omega 3 bisogna assumere? Soprattutto se parliamo di terapia dobbiamo far ricorso a farmaci ed integratori o basta mangiare tanto pesce? 
"Le persone più a rischio di infarto, ictus e ischemie, o che soffrono già di qualche disturbo, tipo colesterolo alto o ipertensione, dovrebbero assumere quantità elevate di queste preziosi elementi. Per essere precisi almeno un grammo di Omega 3 al giorno se non di più in alcune situazioni. Chiaramente è un obiettivo difficile da raggiungere, ma si può supplementare il consumo di pesce con degli integratori alimentari a base di olio di pesce in capsule o con l’antico olio di fegato di merluzzo. In tal caso però non si deve fare da soli, prima di prendere dosi massicce di supplementi a base di EPA o DHA bisogna consultare un esperto, possibilmente in nutrizione, perché potrebbero avere effetti collaterali indesiderati.


Volendo rimanere legati al cibo, cosa prediligere? “In 100 grammi di alici troviamo ad esempio 790 mg di Omega 3, 650 nella trota, ma addirittura 4080 mg in solo un etto di sardine! Altissimi contenuti di Omega 3 anche nel tonno (2950 mg/100gr) o nel salmone (2841 mg/100 gr). Tanto per rendere l’idea, ma bene anche lo sgombro, l’aringa ed il pesce spada.

giovedì 5 maggio 2011

Cosa nascondono le "pillole naturali" per dimagrire?

Ecco la pillola magica che fa dimagrire, che scioglie i grassi mentre dormite, senza stressanti attività fisiche o dieta ipocalorica da svenimento. Qual è? Dove acquistarla? La Fda (Food and Drug Administration) statunitense lancia l’allarme e spiega: pillole ed integratori alimentari di questo tipo non esistono, occorre diffidare dalle pubblicità che promettono tutto ciò,  ma soprattutto bisogna prestare attenzione a cosa queste compresse o tisane, spesso spacciate per “naturali”, contengono. Michael Levy, direttore della divisione per i nuovi farmaci e le etichette conformi per la Fda spiega nel sito governativo:


“Questi prodotti non sono integratori alimentari legali. Sono in realtà dei farmaci molto potenti mascherati da prodotti naturali o “a base di erbe” e portano rischi significativi per gli ignari consumatori: ci sono stati dei decessi in seguito all’uso di questi prodotti dimagranti. In alcuni, venduti come integratori alimentari, abbiamo scovato pericolosi ingredienti nascosti compresi farmaci sotto sequestro, altri per la pressione sanguigna, e altri ancora non approvati negli Stati Uniti”.


L’esperto si riferisce in particolare (ma non solo) alla contaminazione di questi prodotti con sibutramina, che è un vero e proprio medicinale che necessita di prescrizione medica a causa degli effetti collaterali. [...] Il problema è che questi prodotti contaminati sono difficilmente individuabili e sono venduti oltre che nei negozi anche via internet. Per risolvere la questione dunque la FDA ha fanno un appello ai cittadini di tutto il mondo affinché scelgano dei prodotti giusti e non pericolosi. 


Partendo dal presupposto che per dimagrire è necessaria una dieta alimentare equilibrata ed un minimo di attività motoria, ecco i consigli della FDA.
Non cadete nella frode: i prodotti contaminati sono spesso caratterizzati da pubblicità ingannevoli, che

  1. promettono un dimagrimento rapido;
  2. contengono parole come “garantita” o “scoperta scientifica”;
  3. sono etichettati e commercializzati in lingua straniera;
  4. pubblicizzati via e-mail;
  5. immessi sul mercato come alternativa di erbe ad un farmaco approvato dalla FDA o come aventi effetti analoghi ai medicinali che necessitano prescrizione.
Il rischio ovviamente non riguarda tutti gli integratori per dimagrire, ma occorre saper distinguere ed essere sicuri che non vi siano effetti collaterali. Allora, nel caso si intenda utilizzare uno di questi prodotti l’FDA suggerisce di verificare con un medico o un dietista gli eventuali elementi nutritivi contenuti ed una dieta adeguata di base; inoltre gli specialisti possono aiutare a riconoscere le informazioni vere e quelle false; segnalate loro eventuali effetti o disturbi di qualunque tipo che ritenete correlati all’assunzione degli integratori. Ovviamente i farmaci per dimagrire veri e propri vanno assunti solo su prescrizione e controllo di un medico specialista.






domenica 24 aprile 2011

Dieta vegetariana protegge dalle malattie cardiache

Secondo un nuovo studio effettuato presso la Loma Linda University, i vegetariani hanno un rischio significativamente inferiore di sviluppare una condizione associata alle malattie cardiache e ictus rispetto a persone che hanno le stesse caratteristiche, ma che mangiano carne.
I ricercatori hanno intervistato 700 adulti, sia vegetariani che non, ed hanno scoperto un’associazione tra una dieta a base di carne ed un rischio maggiore di sviluppare la sindrome metabolica, un precursore per malattie cardiache, diabete e ictus. Il rapporto spiega che la sindrome metabolica è definita come esposizione ad almeno tre dei cinque fattori di rischio totale: pressione alta, livelli elevati di colesterolo HDL, alti livelli di glucosio, trigliceridi elevati e una circonferenza vita maggiore di 88cm per le donne e 102 per gli uomini. Lo studio in questione ha scoperto che mentre il 25% dei vegetariani aveva la sindrome metabolica, il numero aumentava in modo significativo fino al 37% per i semi-vegetariani ed al 39% per i non-vegetariani.
"Non ero sicuro che ci sarebbe stata una differenza significativa tra vegetariani e non-vegetariani, e sono rimasto sorpreso dal contrasto scaturito dai numeri. Esso indica che i fattori dello stile di vita come la dieta possono essere importanti nella prevenzione della sindrome metabolica." ha affermato Nico S. Rizzo che ha guidato lo studio. Questa, ovviamente, non è la prima volta che i ricercatori scoprono che i vegetariani possono essere più in salute. Nel 2008, secondo uno studio tedesco del Cancer Research Center, si è scoperto che ivegetariani effettivamente vivevano più a lungo, con gli uomini e le donne che riducevano il loro rischio di morte precoce rispettivamente del 50 e 30%.

Fonte: Treehugger

sabato 23 aprile 2011

Obesità infantile, dieta errata della mamma in gravidanza predispone il bambino

Obesità infantile, una piaga delle società occidentali che fa pendere l’ago della bilancia pericolosamente, verso un livello a dir poco rischioso, che predispone a malattie croniche come il diabete ed ai big killers, sin dalla più tenera età. E mentre nei Paesi del Sud del mondo l’ago oscilla vertiginosamente verso la denutrizione e le patologie correlate, la ricerca da noi cerca in tutti i modi di scovare, nella genetica, nello stile di vita, nell’influenza dei media, nei fast food, nelle abitudini alimentari deigenitori, un capro espiatorio per l’epidemia di bambini obesi.
L’ultimo in ordine di arrivo, tra i tanti imputati, è il regime alimentare della madredurante i mesi di gravidanza. Quello che consuma abitualmente la donna mentre è in dolce attesa avrebbe infatti un peso rilevante nella predisposizione del bambinoall’obesità una volta nato.
A dirlo è un recente studio condotto da un’équipe di ricercatori della Southampton University (Regno Unito), in via di pubblicazione sulla rivista di divulgazione scientificaDiabetes. Gli autori, coordinati dal dottor Keith Godfrey, hanno monitorato un campione di 300 donne incinte, seguendo la crescita dei loro bambini per tutta l’infanzia.
E’ risultato che, se la mamma esagera con il cibo spazzatura, ricco di grassi ed ipercalorico, piuttosto che seguire una dieta sana, il nascituro potrebbe essere predisposto all’obesità e tutto ciò indipendentemente dal fatto che la madre sia di costituzione normale o abbia già problemi di peso.



Come a dire... l'educazione alimentare inizia già nella pancia di mamma!


Fonte: Medicina Live modificato

sabato 19 marzo 2011

Tumori e alimentazione: ecco perché la frittura e gli insaccati vanno evitati

Come abbiamo già avuto modo di spiegarvi in relazione ad esempio alle tossine cancerogene che si sviluppano dalla carne abbrustolita, la cottura degli alimenti in relazione alla tipologia di cibo è molto importante. Ma non bisogna criminalizzare le bistecche alla brace: troppo spesso facciamo uso anche di verdure arrostite, come le melanzane, il radicchio o le zucchine! Affrontiamo oggi un altro capitolo di prevenzione alimentare, sempre con l’ausilio della dottoressa Maria Assunta Coppola biotecnologa e nutrizionista che ci spiega cosa sono le “nitrosammine” (altre sostanze pericolose che si sviluppano negli alimenti) e soprattutto come evitarle. 
“Le nitrosammine sono composti organici che si ottengono per reazione dei nitriti con una molecola (nitrato) presente all’interno di strutture proteiche (carne, pesce, formaggi). Il problema delle nitrosammine è legato alla presenza di nitrato quale componente naturale degli alimenti (che si trasforma in nitrito già a livello della bocca per azione delle ghiandole salivari) e all’uso di nitrito utilizzato  quale conservante alimentare, fertilizzanti naturali o chimici: tali nitriti trovano le condizioni ottimali per produrre N-nitrosammine all’interno dello stomaco o tramite trattamenti di cottura quali la frittura o l’arrostitura.
Lo studio di queste sostanze è molto importante in ambito tossicologico essendo il 90% delle N-nitrosammine cancerogene. Le legge italiana fissa i limiti massimi di nitrito ammissibile in 150 mg per Kg di prodotto, concentrazioni che hanno dimostrato essere esenti da potenziali effetti nocivi a carico della salute dell’uomo (quindi tranquilli!!!!). D’altra parte, l’assunzione di tali nitriti attraverso questi alimenti è fondamentale per impedire il moltiplicarsi di microrganismi potenzialmente letali quali il Clostridium Botulinum. Non vanno dunque eliminati dall’alimentazione
 Ma allora come difendersi? Occorre evitare la carne? “È stato dimostrato che la vitamina C (acido ascorbico) e la vitamina E (alfa-tocoferolo) sono capaci di inibire la conversione di queste molecole (nitriti) innitrosammine, trasformandole anzi in ossido nitrico, fondamentale per processi importanti, come la vasodilatazione ed il controllo dell’aggregazione piastrinica, dunque con un effetto antitrombotico. Non vanno evitate le carni, ma gli alimenti a maggior contenuto di nitrati (insaccati, carni in scatola, salumi e a volte i prodotti caseari e nei pesci marinati), affumicati, fritti. I nitrati sono presenti anche in alimenti di origine vegetale, specie a causa dei fertilizzanti”.
Speriamo di non avervi creato troppo panico! La dott.ssa Coppola ci ha illustrato l’effetto chimico cancerogeno di sostanze che si trasformano in seguito ad alcuni tipi di cottura e conservazione di cibi: ecco perché bisogna evitare di mangiare quotidianamente carne bruciata e fritture! Per il resto tutto si basa sull’equilibrio nutrizionale. 
Torneremo su queste tematiche, nel frattempo vi ricordo il Consultorio di prevenzione dietetica dei tumori presso l’INT Pascale di Napoli, dove la dottoressa Coppola presta la sua opera, oltre che il gruppo su Facebook che ha la medesima finalità.

Fonte: Medicina Live 

venerdì 18 marzo 2011

Celiachia o ipersensibilità al glutine?


Sebbene potrà sembrare “strano”, vi è differenza tra le due patologie, e proprio per tal motivo uno studio internazionale sta cercando di far luce sulle differenze che distinguono queste due malattie.
La ricerca è stata condotta dall’Università del Maryland School of Medicine di Baltimora in collaborazione con la Seconda Università degli Studi di Napoli, ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica BMC Medicine.
Come risaputo, la celiachia è una malattia autoimmune, alla quale conseguono particolari reazioni dei villi intestinali e dell’organismo. In caso di ipersensibilità al glutine invece, ad essere coinvolto, secondo gli studi in materia, sarebbe direttamente un meccanismo immunitario innato, senza che la barriera intestinale che ognuno di noi possiede, ne venga minimamente toccata.
Come spiega Carlo Catassi, professore associato di Pediatria all’Università Politecnica delle Marche di Ancona e coordinatore del Comitato scientifico Dr. Schär, una delle aziende specializzate nella preparazione di cibo “gluten free”: La Gluten Sensitivity (ipersensibilità al glutine) è un’entità clinica osservata sempre più spesso negli ambulatori dello specialista. Si tratta di un disturbo per il quale non esiste un nome in lingua italiana tanto è recente l’inquadramento clinico.Viene diagnosticato in pazienti per lo più adulti che presentano disturbi intestinali o a carico di altri apparati. Queste persone in passato venivano spesso etichettate come affette da disturbo funzionale o colon irritabile.
Nonostante se ne parli relativamente poco, il fenomeno è più ampio di ciò che si sospetta. Continua il dottor  Catassi: Dati recenti indicano che la frequenza della Gluten Sensitivity si attesti intorno al 6% della popolazione mentre quella della celiachia, pur essendo assolutamente rilevante, è attorno all’1%. È singolare che ancora oggi la maggioranza dei casi di celiachia rimangano sommersi perché sfuggono alla diagnosi.
Lo studio del Maryland School di Baltimora, conclude l’esperto, si muove nella giusta direzione, perché impegnato nell’identificare i primi marcatori molecolari che distinguono l’ipersensibilità al glutine dalla celiachia.

lunedì 7 marzo 2011

Diario Alimentare Interattivo

Il Diario Alimentare Interattivo – Intervista al Dott. Vespasiani – Primario Reparto di Diabetologia e Malattie del Ricambio e Past President AMD


Video tratto dal sito Mètadieta al link seguente: 




Nel video è possibile apprendere il funzionamento di questo sistema innovativo di telemedicina e
vengono riassunti i risultati dello studio STAR.